Sciolti

C’era la gente per strada. C’era la gente che si squagliava sull’asfalto e si liquefaceva disperdendosi nei mille sassolini catramosi. Li vedevo camminare sotto il sole e piano piano sciogliersi. Colavano. La pelle si scollava dal corpo come quella dei morti di Hiroshima. Avevo addosso un appiccicosa sensazione mista tra schifo ed orrore. Due vecchie signore si trovavano dall’alto lato della strada e parlottavano tra loro, truccate a festa e armate delle loro bustedellaspesa. Avevano iniziato a colare dalle mani. Le dita si scioglievano gocciolando dentro le buste di plastica. Uno, due, e tre. Al terzo passo le buste sono rimaste a terra circondate dai vestiti delle vecchie, e niente più. Tutto intorno solo un liquido denso di persone sciolte. Le ex proprietarie di quegli indumenti erano andate, sciolte sotto il sole nel bel mezzo di un incrocio. Camminavo sotto l’ombra dei palazzi per non incorrere in quello stesso destino mentre raggiungevo la fermata dell’autobus. Aspettavo il quattro e novantotto per tornare a casa, due ragazze erano al mio fianco, poi si sono sposate al sole per parlare tra loro e non farsi sentire, in pochi minuti sono sparite. Indossavano dei pantaloni corti, di quelli con gli elastici al ginocchio, è da li che è iniziata la loro liquefazione. Si sono sciolte poco a poco dentro le scarpe. Le cosce si sono aperte e fuse, tutto il tronco è colato dentro il reggiseno, nelle mutande, giù giù fino a raggiungere l’asfalto. Non hanno gridato, non hanno sentito dolore. Sono rimaste li a chiacchierare dei fatti loro fino alla totale trasformazione dallo stato solido al liquido. I loro vestiti hanno galleggiato un po’ sull’enorme pozzanghera formata dalle due ragazze, fino a che non sono definitivamente evaporate. Con lo sguardo seguivo i fumi dell’evaporazione, davanti a me c’era un signore sotto il sole che mi stava chiedendo qualcosa. Aveva un cappotto nero, di quelli pesanti da pioggia, un cappello nero a falde larghe e degli enormi occhiali scuri.
“Scusi, ferma qui il quattro e novantotto?” mi chiese.
Feci in tempo a dirgli che l’autobus era in ritardo, le sue guance stavano iniziando a cedere. Da sotto la falda del cappello vedevo grumi di capelli e pelle colare giù per gli zigomi.
“Si sente bene?” gli chiesi. Il mio stomaco ebbe una feroce contrazione.
“Si, certo che mi sento bene giovanotto! Le ho solo chiesto se l’autobus passa di qua, mica di farmi una visita medica” mi rispose.
Il signore stizzito mi urlò contro qualcosa, stava per farsi avanti e mettermi le mani addosso quando mi accorsi che le mani non le aveva più. Le dita sembravano le candele votive degli altari, di quelle mezze consumate dove si vede lo stoppino tutto nero e la cera colata intorno. Le ossicine delle mani biancheggiavano tra la carne che si squagliava, mano a mano che colava, le ossa cadevano per terra, sciogliendosi pure loro. Per la paura che potesse solo toccarmi, mi feci ancora più sotto al palazzo ficcandomi nell’ombra salvatrice. Sparì anche lui, in meno di un minuto, senza emettere un fiato di dolore, ma maledicendomi fino alla sua totale evaporazione. Le persone si stavano squagliando, tutte. Prima le vecchie, poi le ragazze e adesso questo signore. Anche gli animali iniziavano a fondere, ho visto un paio di gatti gocciolare giù da una panchina, un cane insieme al suo padrone sciogliersi mentre facevano la loro passeggiata. Si scioglievano anche le persone dentro le automobili e dentro i mezzi pubblici e nelle case. Vedevo colonne di vapore uscire dai finestrini delle vetture e sbuffi di fumo bianco venire espulsi dai motori dei condizionatori dei palazzi. Restare in quel cono d’ombra mi avrebbe salvato, ma il sole continuava a salire e l’ombra ad assottigliarsi. I minuti passavano, le persone si squagliavano ed io non sapevo cosa fare. Camminai sotto l’ombra fino a raggiungere il lato estremo del marciapiede, volevo arrivare al sottopassaggio della metropolitana, al buio sarei stato salvo. Potevo correre fino al palazzo successivo, poi sotto la pensilina dell’edicola e raggiungere il sottopassaggio, ma se mi esponevo al sole, mi sarei sciolto. Sarei diventato una pozzetta umida di essere umano circondato dai propri vestiti.
Ad un tratto mi accorsi di una sensazione di umido alle spalle. Il cuore stava per impazzire, iniziavo a sciogliermi anche io! Tolsi la maglietta, con la mano sinistra tastai la spalla per sentire se era ancora tutta intera. Non c’erano buchi o pezzi mancanti. Mi girai per capire di cosa mi stavo bagnando : era il palazzo. Le costruzioni iniziavano a sciogliersi, più lentamente delle persone, ma si stavano comunque sciogliendo. L’intonaco colava dalle pareti come una cascata marrone, il flusso era talmente abbondante da bagnarmi completamente le scarpe. Avevo anche i calzini inzuppati. I palazzi si stavano liquefacendo come ghiaccioli lasciati al sole. Colavano dagli attici ai seminterrati, sempre più giù. Per strada iniziarono ad aprirsi delle voragini sempre più grandi che inghiottivano le macchine parcheggiate, gli autobus vuoti fermi in mezzo alla  strada, poi tutto il resto : gli alberi, le panchine, i semafori, le ringhiere degli spartitraffico. Le buche si formavano sulla strada senza un ordine logico, anche vicine. Quella più grande poi, inghiottiva la più piccola. Iniziavano tutte alla stessa maniera : l’asfalto ribolliva scoppiettando come un popcorn, poi la buca si apriva. Una bocca catramosa squarciava la strada. I lembi faticavano a staccarsi, una bava collosa nero pece si tendeva tra le due estremità, fino a strapparsi d’un colpo lanciando nell’aria pezzetti di bitume caldo. Si dilatavano con un esasperante lentezza, ingoiando tutto quello che trovavano nel loro cammino. Una buca si era aperta davanti a me, il suo diametro frastagliato si ingrandiva sempre più. Le vie di fuga stavano diminuendo. Un pensiero d’improvviso mi assaliva : starà accadendo solo qui? Presi il telefono ed iniziai a chiamare tutti i numeri della mia rubrica : mia madre, mia moglie, i colleghi, mia figlia dall’altra parte del mondo, provai a chiamare anche mio fratello, erano anni che non lo sentivo.
Nessuna risposta, forse erano stati meno fortunati di me, fusi sotto il sole o inghiottiti da qualche liquida voragine. Il mondo si stava squagliando. In una decina di minuti sparirono i palazzi davanti a me lasciando spazio al niente. Dietro quei palazzi, dovevano esserci altri palazzi, strade, poi colline, alberi, invece niente, spariti anche loro. Tutto. Del mondo così come lo conoscevo era rimasto solo un desolato spazio bianco e questo ridicolo picchio d’ombra dove mi sono rifugiato. Erano sparite le colline, montagne, laghi, mare. Tutto bianco, un immenso foglio di carta immacolato. Anche i rumori, non c’erano più. La disgregazione delle cose e delle persone, avveniva senza alcun suono o rumore, senza grida e senza sofferenza. Per la prima volta dopo anni provai nuovamente paura. Ero solo in un mondo che stava scomparendo. Il sole saliva rapido verso mezzogiorno e il confine di quell’ombra che fino ad ora mi aveva salvato, arretrava di minuto in minuto. Non mi resta allora che sedermi qui ed aspettare la mia fine.
Fumerò la mia ultima sigaretta fischiettando “Love is in the air”.

Annunci

Informazioni su scrittorenonfamoso

Sono uno scrittore non famoso
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...