Vedi Napoli e poi…

Mio padre è nato e vissuto a Napoli, tra l’orto botanico e la Santa Maria degli Angeli, Via Foria, Piazza Carlo Terzo. Io poi non ho mai capito chi fosse questo qui. Me lo sono sempre immaginato come il Terzo di quattro fratelli, da cui il nome. Ho passato parte della mia infanzia da quelle parti di Napoli,  passeggiando mano per mano con lui tra i Bassi con le camere che si affacciavano sulla strada, tutti diversi e e tutte uguali. Passando alzavo lo sguardo, ed ogni volta che guardavo, compivo dei piccoli rapimenti alla vita domestica di altre famiglie, di altre esistenze. Erano camere da letto, da pranzo, cucine, salotti, tutti li. Con tutto alla portata di chi passava. Ho passato l’infanzia tra i finti tassinari, le bancarelle di piazza Carlo Terzo, la fontana di P.zza del Plebiscito che da tanto  tempo non ci sta più. Ricordo che quella Piazza prima era tutto un parcheggio. Durante una passeggiata d’estate con mia madre, la attraversammo facendoci strada tra i paraurti cromati resi ustionanti dal sole, ed io che camminavo in pantaloncini corti, rischiavo sempre di ustionarmi le ginocchia. Adesso quella Piazza è il salotto buono della città. Sono cresciuto con il paniere che nonna calava giù dal quinto piano per ritirare la spesa fatta dal salumiere  sotto casa, perchè lei era già troppo anziana per trasportare le buste su per cinque piani  senza ascensore. Mi ricordo quella salumeria, con i filoni di pane nero, il caffè che si vendeva solo sfuso in bustine di carta oleata, delle dolcissime caramelle di zucchero colorato che non sono mai più riuscito a trovare, ma delle quali ricordo ancora il sapore. Sono cresciuto con il latte nelle confezioni piramidali, con l’acqua del rubinetto che aveva un fortissimo sapore di cloro. Era il sapore dell’acqua di Napoli; l’acqua in bottiglia ancora non l’avevano inventata. O meglio, ci stava, ma si comprava solo in farmacia.  Sono cresciuto tra le giostre di Edenlandia, lo Zoo di Napoli con l’ippopotamo con le banane nella bocca, le passeggiate sulla carrozzella tirata dai Pony nella villa comunale, il Cristo Velato della Cappella di San Severo; ma quando l’ho visto io ancora non si pagava. Papà ci portò anche a vedere, gli uomini dell’alchimista : tre riproduzioni umane del sistema nervoso, circolatorio e muscolare. Erano talmente reali che da bambino mi spaventavo da morire. La leggenda racconta che quelli fossero i tre servi dell’alchimista che lui, seguendo i suoi esperimenti, ha modificato i loro corpi in quel modo orrendo. Niente di più falso. Le ho riviste qualche anno fa, e m’è scappato un sorriso ricordando di aver paura, però gli altri bambini che erano vicino a me, si stringevano alle gambe dei loro genitori per nascondersi alla visione di quei mostri incartapecoriti. Napoli per me sono anche le camminate infinite fatte sempre con mio padre, la strada che si attraversa in qualsiasi punto e senza guardare quasi mai “prima a destra e poi a sinistra”.
“Tanto quelli alla fine si fermano” mi rassicurava Papà mentre mi tirava da un lato all’altro della strada. Napoli è anche l’odore di fritto dei Panzarotti mangiati per strada, ed il sapore fresco dell’acqua e limone che puoi comprare per strada dall’acquaiolo. Napoli è il capodanno sempre chiassoso, con i botti che infuocano tutta la città, ma è anche mio nonno seduto sulla sua poltrona il primo di gennaio, che commenta le notizie alla radio e dice “ogni anno è sempre peggio”. Di Napoli mi sono rimaste attaccate addosso non solo le cose belle,  anche  quelle brutte come l’incendio alle cisterne di carburante del  porto. Io me ne accorgevo dai piccioni, alcuni avevano le piume bruciacchiate, e  le zampe bruciate dal calore del fuoco del porto. Che poi non era vero, ma era solo perchè i piccioni sono gli uccelli più sporchi del pianeta ed arrivano anche a mangiarsi tra di loro. Ai piccioni mia nonna dava da mangiare tutti i giorni, pane raffermo inzuppato nell’acqua. Invece di essere una gattara di strada, era diventata una piccionara dell”ultimo piano. Napoli per me è stata la “Città del Terremoto” per tutti i segni che si portava appresso anni dopo : i palazzi mezzi diroccati, le fineste puntellate e i cumuli di macerie ancora sparsi qua e la. Anche il palazzo dei nonni era tutto puntellato ad ogni piano, per evitare che cadessero ancora dei calcinacci. Non posso dire di appartenere a Napoli, o che sia Napoli ad appartenere me, quello no, e penso che ad oggi si sia denapoletanizzato anche mio padre. Ma Napoli è una città che batte nell’angolo più profondo della mia esistenza. So che  dentro di me, c’è una parte di anima che profuma di fiori d’arancio e di pastiera, di casatiello e sfogliatelle appena calde, di acqua al cloro, di puzza di spazzatura, del sapore di quelle caramelle allo zucchero, ed è calda, calda e nera come il caffè che ti ustiona per tutta la giornata la punta della lingua.

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