Un filo di fumo

Sono tornata a casa da poco. Ho passato la serata a litigare con Lui. E’ venuto a prendermi verso le nove, subito dopo cena. “Scendi che dobbiamo parlare” mi aveva detto al telefono, con un tono di voce asciutto, come se stesse parlando ad un’altra persona. Aveva appena chiuso il negozio. Dopo qualche minuto di silenzio, nella sua macchina, abbiamo litigato. Come ogni sera da una settimana a questa parte. Sono incazzata a morte con Lui perché non mi permette di chiamarlo quando voglio. Lui si incazza con me perché dice che sono una bambina viziata. Non ha tutti i torti, per l’anagrafe sarò una bambina ancora per un paio d’anni. Abbiamo litigato furiosamente, mi sono beccata anche uno schiaffo a mano piena. Ho pianto. Si è scusato. Abbiamo fatto pace.
Mi ha voluto scopare in macchina questa sera, anche questa sera. Ogni volta mi fa male. Mi scopa come la moglie non gli lascia più fare. Lui lo ripete sempre, dice “Quella stronza di mia moglie non me la dà più. Non si volta nemmeno per farmi una cortesia” Lo dice mentre me lo spinge dentro e con le mani mi tappa la bocca per non farmi strillare. Essere scopata nella sua macchina a me fa schifo. Mentre spinge da dietro, mi affossa nel sedile posteriore. Le sue dita fini mi serrano le labbra, la sua pelle secca raschia un po’ sulla mia. Con gli occhi sbarrati fisso tutto quello che c’è nel portabagagli della sua station wagon : i suoi camici sporchi, le buste della spesa ancora da portare a casa, i giocattoli dei suoi due figli, le scarpe che la moglie usa per guidare. Una cosa appresso l’altra, ogni colpo una cosa.
Bam, i camici sporchi.
Bam, le buste della spesa con il latte che cola.
Bam, i giocattoli dei figli.
Bam, le scarpe della moglie.
Bam, Bam, Bam, Bam. Finalmente se ne viene. Me ne accorgo perché allenta la stretta delle sue dita sulle mie labbra, l’altra sua mano la smette di torturarmi tra le cosce, poi si lascia scolare giù, caldo in mezzo al solco del mio culo. In quel momento capisco che non è la sua macchina a farmi schifo, sono io che faccio schifo a me stessa. Per un attimo mi sono guardata da fuori, mi sono vista aggrappata al sedile posteriore di una station wagon bianca, con la testa penzolante come i cagnolini sui cruscotti delle macchine, ed un vecchio che mi scopa come l’ultima delle puttane. Senza nemmeno dirmi grazie. Velocemente mi asciugo con un fazzoletto di carta che poi butto nel portabagagli, facendo centro nella busta con il latte che cola. Tiro su le mutandine, e mi scrollo di dosso lui, che si era appoggiato a peso morto sulle mie spalle.
“Riportami a casa” gli dico.
Il mio tono è secco come la pelle delle sue mani. Lui non capisce, dento la sua testa ha ancora il suo uccello infilato nel mio culo. “Portami via! Voglio tornare a casa!” gli urlo come un arpia ad un centimetro dell’orecchio. Lui mi manda affanculo un paio di volte. Mi dà della cretina e della piccola puttana. Non gli rispondo perché so che ha ragione. Sia sulla cretina, che sulla piccola ed anche puttana. Mi riporta a casa.
“Ti chiamo io domani, non provare a telefonarmi. Capito?” si raccomanda lo stronzo. Si raccomanda perché ha paura che la moglie lo possa scoprire a scoparsi una che potrebbe essere la figlia. Mentre la macchina si allontana gli lancio contro il telefono che, cadendo sull’asfalto, si fa in mille pezzi. Fanculo anche quello, tanto era un suo regalo.
Cammino verso casa. Il rumore dei tacchi fa sciogliere il mio nervosismo. Lo scatto elettrico della serratura del portone mi riporta alla mia dimensione domestica. Salgo le scale di casa e non trovo più la porta. Dove c’era un portoncino blindato, adesso c’è un buco nero dai contorni frastagliati, al di la non si vede nulla. Lo attraverso sicura. Una voce sale dallo stomaco, prepotente. “E’ successo qualcosa.” Entro e c’è silenzio. Quel silenzio strano che ti fischia nelle orecchie. Non sento nè il respiro pesante di mamma, nè il russare deciso di mio Padre. C’è, solo quel fastidiosissimo silenzio che continua a fischiarmi nelle orecchie. Dalla strada arrivavano i rumori attutiti delle macchine di passaggio, il camion della spazzatura stava iniziando il giro nel nostro isolato. Cammino per il corridoio illuminato ad intermittenza dalle luci giallo arancio del camion. Il pavimento è disseminato di cose che non dovrebbero essere li : i miei maglioni, la valigetta di mio padre, la borsetta di mamma, il mio zaino e il contenuto di molti cassetti, tutto rovesciato a terra, tutto colorato di giallo virato arancione. Mi affaccio alla porta della cucina e trovo mia madre, immobile e silenziosa su una sedia al centro della stanza. Poi mio padre poco più giù, appoggiato alla lavastoviglie. Chiedo alla mamma come sta, non mi risponde. Faccio la stessa domanda a mio padre, non risponde nemmeno lui. Li fisso entrambi, standomene dritta sulla porta della cucina. Ho capito benissimo cosa è successo, mi sento completamente svuotata. Non ho mai fumato a casa mia, non ho mai fumato davanti ai miei genitori, non avrebbero approvato. “E’ disdicevole per una ragazza fumare, soprattutto in pubblico.!”. Gli occhi sbarrati di mia madre – io con gli occhi sbarrati fisso tutto quello che c’è nella sua station wagon – fissano le mie mani che aprono la borsetta, sfilano il pacchetto e le dita che estraggono una sigaretta. Appoggio la sigaretta alle labbra, faccio scattare l’accendino e liberare il primo filo di fumo davanti ai miei. Tolgo le scarpe e mi muovo per casa. Calpesto le loro cose e le mie cose. Vado in bagno, vomito e non tiro la catena. Mi accendo un’altra sigaretta e faccio una telefonata.
“Si, pronto? Credo sia successo qualcosa. Potete venire qui?” riattacco. Finisco la sigaretta, e spengo il mozzicone nel grosso taglio che le hanno aperto in gola. Mia madre è ancora calda. Sento le macchine arrivare, gli sportelli sbattere forte, e passi veloce di gente che corre per le scale.
Mi siedo per terra vicino a mio padre e gli sussurro nell’orecchio.
“Sono solo una piccola puttana”.

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